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Il cervello dei nostri figli

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5.5.2011

Musica, emozioni e niente bugie: ecco che cosa rivelano le ultime ricerche

Il cervello dei nostri figli


Che cosa devo fare per proteggere lo sviluppo di mio figlio durante la gravidanza?

Come ci si deve comportare di fronte a un bambino di quattro anni che racconta una bugia ogni due ore?

Quali comportamenti devo seguire perché mio figlio possa essere felice e anche intelligente?


Gli scienziati iniziano a dare le prime risposte...


Molte sono raccolte nel saggio «Naturalmente intelligenti», che rivela, attraverso aneddoti affascinanti e divertenti, le tappe dello sviluppo del cervello dalle prime settimane fino ai cinque anni e spiega come fare in modo che tutto avvenga senza intoppi.

 

L'autore, John Medina, professore alla University of Washington, si occupa di biologia molecolare e dello sviluppo, è un appassionato di genetica dei disordini psichiatrici ed è il papà di Josh e Noah, due ragazzi alle soglie dell'adolescenza.

 

Le prove

«Ciò che si fa nei primi cinque anni di vita di un figlio - e non solo nel primo anno - influenzerà profondamente il suo comportamento adulto», sottolinea.

E a dimostrare quanto l'ambiente può essere importante nell'educazione dei bambini è l'«HighScope Perry Preschool Study», una ricerca cominciata nel 1962 che ha coperto quattro decenni di vita di 123 bambini del Michigan, a partire dall'età prescolare.

Non si deve dimenticare, però, che nessun tipo di educazione potrà mai cambiare il fatto che il 50% delle potenzialità di un figlio sono il risultato della sua componente genetica.

«La buona notizia è che, in veste di genitori, altro non si può fare se non del proprio meglio. Detto questo, sono convinto, anche come genetista, che si possa esercitare sul comportamento dei figli un'influenza molto maggiore di quanto in genere si pensi».

Un compito impegnativo che ha radici inscritte nell'evoluzione.

 

L’essere bipedi

Torniamo indietro a quando l'Homo sapiens ha dovuto sviluppare un restringimento del canale pelvico per riuscire mantenersi in equilibrio su due gambe.

Per le donne ciò ha significato parti dolorosi, spesso con esito fatale.

Si è quindi rapidamente messa in moto, secondo quanto teorizzato dai biologi evoluzionisti, una sorta di competizione tra l'ampiezza del canale pelvico e le dimensioni del cervello. Risultato finale?

I neonati vengono alla luce con un cervello non del tutto sviluppato e quindi non possono sopravvivere in assenza di cure parentali attente e continue.

Se la sopravvivenza rappresenta per il cervello la massima priorità, la sicurezza è l'espressione più importante di tale bisogno.

Può essere sconcertante rendersene conto, ma i neonati tengono d'occhio il comportamento dei genitori sin dall'istante in cui vengono al mondo.

«Qualcuno mi sta toccando? Qualcuno mi nutre? Chi sono i miei riferimenti?».

I bambini hanno a disposizione una ristretta finestra temporale per creare dei legami sicuri e di dipendenza «produttiva» con le persone che in quel momento si prendono cura di loro.

Se ciò non accade, possono subire danni alla sfera emozionale con effetti anche a lungo termine. «L'attaccamento alle figure di riferimento può avvenire nei confronti di qualsiasi adulto che soddisfi i bisogni di sicurezza del bambino - dice Medina -. Indipendentemente dal genere sessuale».

 

L’intelligenza

Il professore ritiene siano ben cinque gli ingredienti fondamentali della nostra intelligenza, nessuno dei quali misurabile dagli attuali test del QI:

  • desiderio di esplorare

  • capacità di controllare i propri impulsi

  • creatività

  • comunicazione verbale

  • capacità di verbalizzare le emozioni

 

Grazie agli studi che lo psicologo Walter Mischel fece alla fine degli anni '60, sappiamo che per un bambino la capacità di controllare il proprio desiderio di gratificazione, come resistere per 15 minuti alla tentazione di assaggiare una dolce, è un fattore predittivo del futuro rendimento universitario, assai migliore del QI.

Indica in che misura il bambino è in grado di filtrare i pensieri distraenti, concentrandosi invece sull'obiettivo principale.

Inoltre, quanto prima un bambino impara a dare un nome alle emozioni che prova, invece di esserne sopraffatto, tanto più sarà in grado, da adulto, di stabilire relazioni empatiche e profonde con gli altri.

Insomma, avrà una chance in più per essere felice.

«Se i vostri figli sono circondati da persone che sanno parlare di ciò che provano, anche loro impareranno a verbalizzare le emozioni e questo si rivelerà utilissimo per voi quando loro entreranno nella pubertà!», confessa Medina.

 

La pratica

Ci sono suoni e odori che hanno un miracoloso effetto calmante su vostro figlio e possono diventare antidoti per le crisi di pianto.

Probabilmente si tratta degli stimoli che il bambino ha percepito mentre era nell'utero e che quindi gli trasmettono protezione e sicurezza.

 

Un’altra informazione preziosa riguarda le bugie

A quattro anni i bambini ne dicono una ogni due ore circa; a sei una ogni 90 minuti.

Il gioco inizia quando, intorno ai 36 mesi, si rendono conto che i genitori non sono sempre in grado di leggere nella loro mente.

Con piacere (oppure orrore) scoprono di poter dare false informazioni senza che, necessariamente, papà e mamma se ne accorgano.

«Non vedo niente di sbagliato nel riprendere un bambino che racconta bugie, ma questo rimprovero raggiunge la massima efficacia se gli adulti smettono di mentire», aggiunge lo studioso.

 

La psiche

Un altro suggerimento riguarda la psicologia: con la nascita di un figlio, per la coppia, è probabile sperimentare alcuni di quelli che il professore definisce i «quattro calici dell'ira»:

  • carenza di sonno

  • isolamento sociale

  • carico ineguale di lavoro

  • depressione

 

Le coppie che hanno relazioni solide, connotate dall'empatia, hanno le più elevate probabilità di far crescere dei bambini intelligenti e felici.

 

Infine, mettete da parte i soldi per pagare 10 anni di lezioni di musica: suonare uno strumento, cantare o ballare, purché la musica entri a far parte delle esperienze di vostro figlio. È dimostrato che questa pratica aiuta i piccoli a percepire le emozioni altrui.

 

Elisa Frisaldi, La Stampa

 


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