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Il significato del “portare i piccoli” nella relazione genitore-bambino

Esther Weber, 4.5.2010
Per trovare un primo approccio al concetto del “portare i piccoli” partiamo dal verbo “portare”, che in italiano racchiude sostanzialmente due significati: a) farsi carico, reggere sostenere qualcosa o qualcuno e b)muovere e tras-portare qualcuno.

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 “Portare il piccolo” non è poi molto diverso. Significa farsi carico, letteralmente, del proprio bambino, tenerlo, sostenerlo e muoversi insieme a lui, con lui addosso o con l’espressione usata nei paesi anglofoni indossando il proprio bambino (to wear the baby). E non solo. In tutto il mondo ancora oggi i bambini vengono portati tradizionalmente, mentre in Europa solo negli ultimi trent’anni si osserva un riavvicinamento alla cultura del “portare”, non per necessità o mancanza di alternative di trasporto, ma perché diventa un valido strumento di relazione tra bambino e genitori proprio nella nostra cultura. “Il mio bambino vuole sempre stare in braccio!” “ Si addormenta in braccio o al seno e poi, quando lo metto in culla, addormentato, si sveglia e piange. Appena lo tiro su e lo tengo in braccio si calma e si riaddormenta.”

Affermazioni di questo tipo sono molto frequenti tra i genitori. Spesso sono l’espressione di disagio, di enorme fatica di fronte al figlio esigente di contatto. Questo periodo può durare mesi e rende l’avvio della vita più faticoso, soprattutto se non si comprende perchè il proprio bambino è così esigente.

Forse i genitori potrebbero risparmiarsi una grande parte della fatica e soprattutto dei dubbi, se sapessero fin da subito che il proprio bambino è assolutamente normale e che ha un comportamento del tutto naturale e fisiologico se esige di stare vicino ai genitori. Per il bambino stare a contatto fisico con i propri genitori è un bisogno fisiologico primario che va soddisfatto.

Ma mettiamoci un momento nella situazione del bambino neonato, riflettendo sul fatto, che le cure europee tradizionali dei neonati, dove la carrozzina, la sdraietta, il lettino singolo e poi il box fanno parte del corredo obbligatorio ed indiscusso, esigono invece dai nostri neonati una notevole capacità di adattamento e vengono poco incontro alle loro reali esigenze ?

Secondo la definizione dei biologi comportamentali Bernhard Hassenstein e Evelin Kirkilionis il cucciolo d’uomo (come molti primati, opossum, koala ) fa parte della categoria dei “portati attivi“ (in tedesco aktiver Tragling). Il portato attivo, a differenza del nidifugo, completamente maturo alla nascita in grado di seguire autonomamente la madre solo dopo poche ore dalla nascita ( ad es. il cavallo) e al nidiaceo, molto immaturo invece, che con occhi ancora chiusi e senza pelliccia viene allevato dalla madre in un nido fino alla completa maturazione (ad es. il gatto), è maturo sì dal punto di vista dello sviluppo fisico , ma fortemente immaturo rispetto allo sviluppo motorio in ambiente estrauterino e dispone di riflessi per aggrapparsi al corpo della madre che lo porta ovunque con sé fino alla maturazione delle competenze motorie. Secondo l’etologia, la categoria dei portati è adattata biologicamente e quindi predisposta dal punto di visto fisico-anatomico, psichico e comportamentale a stare a contatto fisico con i genitori e ad essere portati da loro.

E il cucciolo d’uomo ?

Il cucciolo d’uomo alla sua nascita predispone ancora dei riflessi rudimentali per aggrapparsi, anche se non potrebbe più sostenere il proprio peso addosso al genitore come le scimmie. Nel corso della sua evoluzione infatti, in concomitanza con la camminata eretta, lo sviluppo del piede plantare e la conseguente modifica della struttura anatomica, la posizione del piccolo sul corpo del genitore si è modificata leggermente. Si presume oggi, che il posto “storico” dei piccoli dell’uomo sul corpo dei genitori fosse proprio la seduta sul loro fianco, sostenuti da un braccio attorno la schiena; posizione ottimale, e scientificamente confermata, per lo sviluppo corretto e la maturazione delle anche. Dal punto di vista comportamentale invece non si è modificato nulla. Ancora oggi, un neonato che si sente solo (non a contatto) piange per richiamare l’attenzione dei genitori , mentre stare in braccio ed essere in movimento lo rende sereno. Anche dal punto di vista anatomico il corpo dei nostri neonati è fatto per stare addosso al corpo del genitore – le tibie curve per esempio assicurano una presa migliore sul fianco del genitore, le gambe flesse e divaricate davanti al corpo e la curva totale della colonna vertebrale predispongono alla posizione verticale sul corpo del genitore più che alla posizione sdraiata su superficie dritta e confermano lo stato del “portato attivo”. Considerando solo questi aspetti, un bambino neonato che piange quando perde il contatto con i genitori ha una reazione più comprensibile, anzi del tutto naturale e biologicamente “corretta”, perché “da portato” non può sapere che la sua madre c’è ancora anche quando non la sente vicina e può sentirsi effettivamente e seriamente abbandonato. Con il suo pianto cerca di comunicare il suo disagio e di richiamare l’attenzione della madre verso di sé.

Nonostante queste conoscenze ormai siano teoricamente condivise dal mondo medico e scientifico, il riavvicinamento pratico per favorire le condizioni naturali di contatto tra genitori e figli è molto lento e arduo. Solo così si spiega, che ci sono ancora molti genitori che alla nascita del loro figlio semplicemente non sanno che lui potrebbe piangere (e 95 % dei bambini lo fa!) , nonostante sia sazio e pulito, per esprimere il bisogno fisiologico primario di stare a contatto con loro e spesso ne rimangono spiazzati.

Nel 1986, Dr. Urs A Hunziker, pediatra svizzero, ha eseguito in Canada con un gruppo di scienziati uno studio molto interessante con il titolo: “Portare reduce il pianto dei bambini nei primi tre mesi ?” . Il pianto frequente nei primi tre mesi della vita di un neonato occidentale (fino a 120 minuti al giorno alla sesta settimana considerata il culmine) è considerato normale. Nello studio con 99 coppie madre/bambini si intendeva verificare se questo tempo di pianto poteva essere ridotto sensibilmente portando i bambini. Nel gruppo che portava il loro bambino in una fascia per tre ore oltre ai momenti dell’allattamento e delle coccole ed dell’interazione normale è emerso una riduzione del pianto del 48% nella sesta settimana e del 43% complessivamente ! I ricercatori concludono, che il portare ha la capacità di ridurre notevolmente il pianto dei neonati “normali” e che il non portare nella nostra società potrebbe predisporrli invece al pianto e alle coliche.

Infatti, la maggiore parte dei genitori europei cominciano a portare i loro bambini “con metodo” quando li scoprono particolarmente esigenti di contatto, quando piangono molto nelle prime settimane di vita e si cerca un rimedio. L’esperienza della maggior parte, portando, è che il pianto dei loro bambini si riduce notevolmente e che il tempo del pianto diventa più gestibile.

COSA SIGNIFICA ESSERE PORTATO PER IL BAMBINO ?

IL CONTATTO

Ashley Montagu , l’antropologo americano nel suo libro “Il linguaggio della pelle” uscito all’inizio degli anni settanta descrive e sottolinea l’importanza del contatto corporeo del neonato con la madre, come condizione essenziale per il suo sviluppo sano a livello fisico psichico e sociale. Il linguaggio della pelle è quello che il bambino comprende dal primo momento, che gli fa percepire se stesso e gli altri e lo fa sentire amato. Ormai l’effetto benefico del contatto corporeo sui bambini neonati è indiscusso e ben noto ( in molte ASL le ostetriche del territorio insegnano nei corsi postparto anche il massaggio del bambino !) e accenno solo alla pratica della marsupioterapia, metodo “di portare il piccolo” che ormai viene adottato in sempre più strutture ospedaliere italiane. Il metodo “inventato” da un pediatra colombiano in un ospedale a Bogotà nel 1978 per mancanza di incubatrici prevede di posare il bambino prematuro, nudo, a contatto pelle a pelle tra i seni della sua madre o del padre coperto da una morbida copertina o fascia. Il genitore diventa così “termoculla” del proprio bambino prematuro. All’ora i primi successi erano inaspettati ed esaltanti. Questi bambini, tenevano la loro temperatura corporea, non morivano per infezioni, crescevano meglio (assumendo la stessa quantità di latte degli altri), non avevano apnee e crisi bradicardie e le loro madri li abbandonavano meno. A più di vent’anni dai primi successi, l’OMS nel 2003 ha pubblicato le linee guide per la marsupioterapia !  Molti studi eseguiti negli ultimi vent’anni in tutto il mondo confermano scientificamente, che il contatto tra genitore e bambino ( prematuro o a termine) gioca un ruolo importantissimo nel legame genitore-bambino, ed è fondamentale per la sua crescita ponderale, per la gestione della temperatura corporea e della respirazione regolare e per lo sviluppo psichico e sociale del piccolo.

IL MOVIMENTO

Da un lato, il bambino portato, viene “mosso” molto e segue con il suo corpo il ritmo e i movimenti di chi lo porta. Gli effetti benefici del movimento ritmico sul bambino poi sono noti da migliaia di anni (vedi la benedetta culla!) e scientificamente provate negli ultimi 50 anni. E.Bonnet, pediatra tedesco e medico sportivo descrive così l’effetto del movimento ritmico sul bambino portato:

“ Mentre si cammina (p.e. facendo una passeggiata) e durante il lavoro fisico (per esempio nel campo, in orto) i nostri movimenti sono sempre ritmici. Dopo un po' di tempo la frequenza respiratoria, i passi e il battito cardiaco si mettono in armonia , come si è scoperti nelle ricerche della medicina sportiva. Questo rilassa e equilibra il sistema psico vegetativo di chi porta. Il bambino portato lo sente e si rilassa di conseguenza. E poi gli stessi movimenti ritmici lo rilassano e riesce ad addormentarsi e a digerire meglio.” Molti studi effettuati negli ultimi dieci anni soprattutto in ambito della patologia neonatale provano non solo la caratteristica rasserenante del movimento ritmico sul bambino ma anche i suoi effetti positivi sull’attività cardiaca, respiratoria, intestinale e sul tono

muscolare. Molte cliniche infatti cominciano a sfruttare queste conoscenze e sdraiano i prematuri nelle incubatrici su amache e lettini ad acqua. Dall’altro lato il bambino portato sul corpo del genitore ha la possibilità di muoversi attivamente. Spinge con le gambine contro il corpo del genitore o un appiglio ( p.e. nella fascia) e “sistema” così il suo corpo in una posizione a lui comoda. Dal primo giorno, nella posizione pancia contro pancia, riesce a gestire da solo le sue mani in una posizione a lui comoda – il limite naturale del corpo del suo genitore gli aiuta ad eseguire movimenti “competenti” – un po’ come faceva quando era in pancia.

Voci critiche affermano spesso che i bambini portati sono così tranquilli e dormono così tanto mentre vengono portati perché soffrono di una cronica insufficienza d’ossigeno. Nel reparto di patologia neonatale dell’ospedale pediatrico di Colonia, dove la marsupioterapia viene implementata da tempo, hanno eseguito uno studio su 24 bambini pretermine e 12 bambini a termine per verificare se i bambini portati nella fascia in posizione verticale o orizzontale soffrono davvero di insufficienza d’ossigeno rispetto ai bambini sdraiati nelle culle. Durante il test si registrava l’ossigenazione, il battito cardiaco, il flusso aereo nasale, il respiro addominale e i movimenti. Risultato: I bambini portati nella fascia non erano a rischio di peggioramenti clinicamente rilevabili dell’ossigenazione e del battito cardiaco.

La Dr.ssa Waltraud Stening che ha eseguito questo studio e lavora presso la struttura mi confermava che d’estate fanno uscire a passeggio i genitori con i loro bambini prematuri ospedalizzati a partire da 1000 g portati davanti nella fascia lunga e non hanno mai fatto alcun’esperienza negativa.

STIMOLI SENSORIALI

Un bambino portato poi gode di una stimolazione plurisensoriale fuori dalla sua portata motoria ma nonostante ciò tutto alla sua portata. Immaginiamo: Il bambino portato, p.e. dentro una fascia, sente il suo corpo avvolto e massaggiato dal telo appoggiato al corpo di sua madre, sente il suo calore, il suo battito cardiaco, la sua voce e le voci delle persone attorno, i rumori della quotidianità, vede da vicino il viso di sua madre e gli oggetti coinvolti nell’attività della madre, sente odori e profumi, il sudore, il latte ed il suo senso dell’equilibrio viene stimolato di continuo perché deve ribilanciarsi e seguire i movimenti di chi lo porta, apprendendo così le sequenze motorie a contatto con il corpo della madre. E’ vicino al suo genitore e si sente completamente al sicuro, anche in situazioni nuove, sconosciute e si può affacciare un po’ alla volta al mondo che lo circonda. Appena è stanco può ritirarsi , dormire e elaborare il vissuto. Dal punto di vista psicosociale il bambino percepisce il mondo non da sotto ma dall’alto. Le persone che si incontrano gli stanno di fronte e non sopra di lui. Difficilmente viene sovrastimolato dai stimoli esterni perché non viene investito in una posizione “impotente” e ha la possibilità di ritirarsi in qualsiasi momento quando i stimoli sono sufficienti. La continua conferma della presenza dei genitori, toccabile, palpabile, sensibile al tatto aiutano a creare concretamente “la base sicura” dalla quale affacciarsi – a suo tempo- con maggiore autostima e fiducia al mondo. Stiamo facendo l’esperienza, che i bambini “portati” dispongono di una forte voglia di autonomia, di un entusiasmo di scoprire il mondo, ma anche della riservatezza adeguata nelle situazioni nuove e sconosciute – sono socievoli ma abituati ad essere rispettati. La base sicura, che li contiene all’inizio e alla quale per molto tempo possono tornare in caso di bisogno – si mantiene e si interiorizza anche dopo la conclusione del periodo da “portati”.

COSA SIGNIFICA PORTARE PER I GENITORI ?

Portare il proprio bambino è ascoltare e accettare la sua esigenza di stare a contatto. Intuitivamente, molti genitori rispondono al pianto del loro bambino con il contatto, ma nello stesso momento sono insicuri di fare la cosa giusta e si trovano in una situazione di dubbio e ambiguità (un po’ ti prendo in braccio ma poi ti metto giù), che non viene capita dal bambino perché non riesce ancora a fare compromessi. Troppo spesso ancora si sentono, anche nell’ambiente più vicino, commenti negativi rispetto a questa disposizione al contatto con il proprio neonato. “Vedi che lo vizi così. Poi non te la caverai più. Starà sempre attaccato a te.” La grande maggioranza della generazione dei genitori di oggi è stata cresciuta con i termini di non-contatto e di separazione precoce. Il proprio vissuto di contatto oppure di non-contatto può influire in modo notevole sulla disposizione al contatto con il proprio bambino. Franz Renggli, psicoterapeuta svizzero per bebè e i loro genitori, sostiene che a molti genitori attraverso il pianto del loro bambino vengono “ricordati” i propri primi mesi, spesso carichi di angoscia, senso di perdita e di abbandono, sofferenza per la separazione dalla propria madre. Ricordi emotivi, che riaffiorano attraverso il pianto del proprio bambino neonato e si possono esternare in sentimenti di disagio, impotenza e addirittura rabbia nei confronti del bambino e del suo pianto. Genitori che riescono a sop-portare il loro bambino che piange e a stare a contatto con lui, portandolo, tenendolo vicino, hanno la possibilità, secondo Renggli, di guarire anche loro qualcuna delle loro ferite più profonde.  Portare è accettare il legame con il proprio bambino. La paura della madre di legarsi troppo al bambino, soprattutto se poi deve ritornare al lavoro presto è una paura molto frequente. In effetti, è vero che portare il proprio bambino porta a creare un legame forte, che si basa sul contatto e sul ascolto, ma non significa che si crei un legame troppo forte.

Collaboratori del centro ricerche Max-Planck per l'etologia umana hanno studiato le famiglie sulle isole Trobriand sulla costa est della Nuova Guinea, mentre un altro gruppo di scienziati osservava la tribù Kung in Botswana e gli Inuit nel nord dell'Alaska. Hanno concluso:

"I lattanti e bambini piccoli, diversamente che da noi nelle società industrializzate, godono di un contatto corporeo continuo con le loro madri, i loro padri e fratelli. Nonostante ciò i piccoli Trobriandi, Kung e Inuit non diventano piccoli tiranni, anzi. Sono indipendenti prima dei loro coetanei negli USA e in Europa.”

Secondo l’esperienza di molti genitori europei, i loro bambini portati sono curiosi, interessati all’ambiente che li circonda e mostrano presto una forte voglia di autonomia. A due anni possono essere loro a non voler più essere portati ! Portando il proprio bambino nel primo anno di vita (quando lo richiede maggiormente) ( ed è questo la premessa per la voglia di autonomia del bambino più grande), porta a soddisfare il suo bisogno fisiologico di contatto e lo rende più sicuro per affrontare il mondo che gli si apre davanti “oltre” i genitori. L’opinione diffusa che portando invece si crei un legame troppo forte e una dipendenza esagerata e addirittura un bisogno crescente di contatto non ha trovato alcun riscontro nella realtà. Forse perché “solo un bisogno soddisfatto non resta un bisogno” ? Portando sentirsi competenti per il benessere del proprio bambino. Genitori che cominciano a portare il loro bambino, magari lo credevano inconsolabile e lo vedono addormentarsi in cinque minuti per tutta la serata, riacquistano sicurezza e si sentono nuovamente competenti per il benessere del bambino ( e non incompetenti nei confronti del suo malessere!). Il bambino a sua volta avverte la maggiore sicurezza dei suoi genitori e si rasserena ulteriormente. Portare con metodo (con una fascia o un marsupio) è ascoltare la propria esigenza di libertà e movimento con il bambino. Con il proprio bambino “addosso”, al sicuro vicino al proprio corpo, si possono riconquistare spazi propri e godere di una libertà di movimento creduta persa ! Non rinunciare più alle passeggiate nel bosco o nei campi, al giretto in città, alla metropolitana, all’autobus perché con la carrozzina impraticabili o troppo faticosi, è un passo importante nella nuova vita con il bambino e fa stare bene entrambi. Portare è ascoltare e rispettare i propri limiti fisici e psichici. Nelle società tradizionali nessuna madre è sola, ma ha il supporto e il sostegno pratico di tutto il clan attorno. Del bambino piccolo si occupano così a volte una ventina di persone. ! Nella nostra società di famiglie mononucleari tutto il peso invece sta sulle spalle dei genitori, e spesso della madre. E’ importante che lei si ascolti e rispetti i propri limiti. Vivendo un approccio di contatto con il proprio bambino è importante ed indispensabile che si rifornisca e si ricarica periodicamente attingendo alle fonti di energia e di tempo per sé.

UNA RELAZIONE ALLA PORTATA DI GENITORI E BAMBINI/E

L’ASCOLTO

“Portare” consapevolmente ed essere portati significa essere in ascolto. Un ascolto “a tatto”, “a pelle” più che a parole, un ascolto profondo della situazione emotiva di sé stesso e dell’altro. Attraverso il senso cinestetico il bambino portato, a stretto contatto con chi lo porta, avverte e ascolta lo stato d’animo ed emotivo di chi lo porta e lo esprime, senza filtri. Montagu descrive una scena nel suo libro, dove una donna balinese, con il suo bambino sul fianco, parla con voce apparentemente tranquilla ad un uomo che teme molto. Il bambino, prima tranquillissimo, inizia a piangere disperatamente. Lui esprime il vero stato d’animo di sua madre. Per lo stesso motivo , e la nostra esperienza ce lo conferma, non è possibile portare un bambino in un marsupio o in una fascia se chi lo porta non riesce a supportare il contatto e non vede l’ora di toglierselo di dosso. Il bambino piangerà finché non sarà “liberato”. Portare infatti a volte è bello, divertente, a volte faticoso e a volte improponibile. Nonostante tutti i vantaggi oggettivi per portare ed essere portati quindi è bene rimanere consapevoli, che le verità oggettive all’interno di una relazione difficilmente ci sono. Quindi un bambino non va mai portato per motivi di ideologia “alternativa”, o perché bisogna o perché fa solo bene al bambino o perché sta diventando di moda. Portare, in modo consapevole ed esplicito, è uno strumento di relazione, che si basa sull’ascolto reciproco (e solo così funziona) che va impostato e calibrato individualmente per trovare la vicinanza giusta e la distanza necessaria a secondo del momento. Infine, “portare” ed “essere portati” è un modo per crescere , - ovviamente come bambino, ma anche come genitori - per scoprirsi e sperimentarsi, nuovi, nella vita con, anziché nonostante il bambino. In questo senso, portare è sì tras-portare, ma anche portare sé e il bambino avanti, letteralmente e spiritualmente, fare strada insieme. Una strada che porterà – inevitabilmente ed a suo tempo – ad una maggiore sicurezza e autonomia del piccolo per andare ed ad una fiducia più radicata dei grandi per lasciarlo andare.

Tratto da: www.mipaonline.com

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