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Il bambino non vuol dormire? Lascialo piangere

4.5.2010
Si chiama “pianto controllato” ed è un metodo consigliato da uno studio australiano. Ma non sarà troppo drastico?

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Il bambino non vuol dormire? Lascialo piangere.

È uno studio, ma soprattutto un consiglio, che farà discutere: se il bambino piange e non vuol dormire, lasciatelo fare: prima o poi si addormenterà.

Con questo metodo del pianto controllato, affermano i ricercatori, si ottiene un 30% di risoluzione dei problemi del sonno nei bambini e un taglio del 40% dei tassi di depressione post-partum nella mamma.


Certo, i risultati sulla carta sono evidenti, tuttavia il dubbio che il metodo sia benefico per il bambino resta. Eppure, i ricercatori del Murdoch Childrens Research Institute e del Royal Children Hospital di Melbourne ne sono convinti: funziona.

I risultati dello studio saranno presentati al World Health Congress of Internal Medicine che si terrà dal 20 al 25 marzo 2010 a Melbourne (Australia).


«Comprendiamo assolutamente che udire il bambino che piange è difficile per ogni genitore, ma è bello sapere che se si persevera, non si sta facendo alcun danno al proprio bambino» - dichiara la dottoressa Anna Price - «Speriamo che questa prova possa davvero rassicurare i genitori che vogliono gestire il sonno dei loro figli utilizzando questo tipo di strategie», ha poi aggiunto Price.


Secondo i ricercatori una mamma che non dorme a causa del bambino è più a rischio depressione e questo potrebbe incidere negativamente sul rapporto con il bambino.


In base a un sondaggio condotto presso le famiglie che avevano adottato il metodo del “pianto controllato”, dal momento che il bambino avesse compiuto i due anni l’85% dei genitori ha dichiarato che questo ha migliorato il loro rapporto con il bambino. Il restante 15% ha dichiarato di non aver notato differenze.

Nessuno dei genitori interrogato ritiene che questo metodo possa essere nocivo per il bambino.


Di tutt’altro avviso però sono quei genitori che ritengono il metodo crudele, e che questo possa provocare dei traumi nel bambino con conseguenze che – per quanto non intenzionali - al momento non si possono vedere, ma che in un futuro potrebbero far sentire il loro peso.

Fonte: La Stampa

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